Epodo III, Horatius

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Se mai qualcuno con mano sacrilega avrà torto il collo al vecchio genitore, mangi l’aglio, più mortale della cicuta. O viscere resistenti dei contadini! Quale veleno è questo che infuria nelle mie viscere? O forse insieme a queste erbe a mia insaputa hanno cotto sangue di vipera, o forse Canidia ha manipolato la cattiva vivanda? Quando Medea, fra tutti gli Argonauti, fu colpita dal bellissimo capitano, che doveva aggiogare ai tori i gioghi inconsueti ai tori stessi, unse Giasone con questo; imbevuti di questo i doni, vendicatasi della rivale, fuggì sui serpenti alati. Né mai si abbattè una tanto grande vampa di calore sulla Puglia assetata né il dono arse più infuocato sulle spalle del possente Ercole. E se mai avessi un tale desiderio, o Mecenate amante degli scherzi, prego che la fanciulla opponga la mano al tuo bacio e dorma sulla sponda del letto.

COMMENTO

L’epodo III di Orazio consta di 22 versi e può essere considerato un tipico esempio di paighnion, ovvero di componimento scherzoso: è, infatti, una sorta di comica invettiva nei confronti di Mecenate, che, come attestano numerosi documenti, era un grande amico del poeta. L’occasione che spinge Orazio a scrivere l’epodo è data da un fatto realmente accaduto: una gita in campagna con Mecenate e, probabilmente, altri amici, durante la quale l’autore si trova a mangiare delle pietanze condite con aglio, che gli provocano problemi di digestione. Come già si intende dal tema trattato, il componimento non può che avere un tono prevalentemente comico, che traspare sin dai primi versi, in cui si vedono accostati termini scherzosi a formule solenni attinte al linguaggio giuridico. Ma, sebbene l’intento di Orazio sia quello di divertire i lettori che conoscono l’avvenimento, ciò non gli impedisce di inserire all’interno dell’epodo interessanti elementi che testimoniano la sua notevole preparazione letteraria. Il più importante di questi è sicuramente l’exemplum, collocato dall’autore in posizione centrale (precisamente ai versi 9-14), che richiama il mito degli Argonauti e di Medea, maga innamorata del loro capo Giasone. Questo mito, tratto dalle “Argonautiche” di Apollonio Rodio e dalla tragedia “Medea” di Euripide, è utilizzato dal poeta per enfatizzare gli effetti dannosi dell’aglio che è stato costretto a mangiare; stessa funzione hanno altri due importanti citazioni all’interno del componimento. La prima, al verso 16, riguarda la “siticulosa Apulia”, ovvero “l’assetata Puglia”, una terra molto amata da Orazio poiché presso i suoi confini era avvenuta la sua nascita, ma che qui descrive inserendo una connotazione negativa, per mettere in evidenza l’effetto devastante dell’aglio, che brucia nel suo stomaco più del sole dell’Italia meridionale. La seconda citazione, invece, è presente al verso successivo (verso 17) e rievoca, come l’exemplum centrale, un personaggio mitologico: Ercole, di cui viene ricordata la morte a causa del mantello avvelenato del centauro Nesso, che gli bruciò la pelle. Com’è facile intuire, in questo caso Orazio afferma che l’aglio è in grado di bruciare molto più del mantello che uccise il mitico eroe. Tutta questa serie di similitudini ed iperboli non fanno altro che accrescere il tono scherzoso dell’epodo che, però, raggiunge il culmine negli ultimi quattro versi, in cui il poeta si rivolge direttamente a Mecenate, chiamandolo “amante degli scherzi” (“iocose Maecenas”), poiché lo ha schernito per i suoi dolori allo stomaco. Sono questi i versi in cui Orazio consuma la sua “vendetta letteraria”, con un’invettiva che sembra riprendere un po’ gli schemi utilizzati dal poeta greco Archiloco. C’è, però, un’importantissima differenza: in questi versi di Orazio non vi è traccia della violenza e dell’aggressività che invece si trovano in Archiloco poiché, come sappiamo, il suo è solo un gioco, un rimprovero scherzoso rivolto ad un amico.
Un’importante considerazione va fatta sul linguaggio utilizzato dal poeta, ricco di figure retoriche e di alternanze tra termini solenni, scherzosi e a volte anche presi dal linguaggio erotico (come il “savio” del verso 21) e sullo schema di composizione dell’epodo, perfettamente simmetrico, poiché si apre con un periodo ipotetico e con un periodo ipotetico si chiude.
Infine, è interessante ricordare che il componimento è stato inserito da alcuni critici in un gruppo di epodi detto “ciclo di Canidia” poiché in esso è nominata, appunto, la strega Canidia (verso 8), personaggio negativo spesso citato da Orazio.

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