Profilo dell'Innominato | Escamotage
Crea sito

Profilo dell’Innominato

Fare – narra il  Manzoni – ciò ch’era vietato dalle leggi, o impedito da una forza qualunque; esser arbitro, padrone negli affari altrui, senz’altro interesse che il gusto di comandare; esser temuto da tutti, aver la mano da coloro ch’eran soliti averla dagli altri; tali erano state in ogni tempo le passioni principali di costui. Fino dall’adolescenza, allo spettacolo e al rumore di tante prepotenze, di tante gare, alla vista di tanti tiranni, provava un misto sentimento di sdegno e d’invidia impaziente. Giovine, e vivendo in città, non tralasciava occasione, anzi n’andava in cerca, d’aver che dire co’ più famosi di quella professione, d’attraversarli, per provarsi con loro, e farli stare a dovere, o tirarli a cercare la sua amicizia. Superiore di ricchezze e di seguito alla più parte, e forse a tutti d’ardire e di costanza, ne ridusse molti a ritirarsi da ogni rivalità, molti ne conciò male, molti n’ebbe amici; non già amici del pari, ma, come soltanto potevan piacere a lui, amici subordinati, che si riconoscessero suoi inferiori, che gli stessero alla sinistra. 

Da queste parlo si può ben capire quali sono gli elementi essenziali della personalità dell’Innominato. La facoltà che lo governa è la sua volontà, potente, indomabile che coordina e disciplina tutta la sua vita interiore.Egli è uno di quei forti perseveranti il cui esempio acquistò fede al detto volere è potere, e certo non uno dei minori.
“Quest’uomo nutre in sé due passioni principali che fanno muovere la sua volontà, e la indirizzano le sue azioni: un orgoglio irrepugnabile e uno sfrenato amore d’indipendenza.
Certo, prima del ravvedimento, egli è un malvagio; ma la malvagità di lui non è, direi, originaria, costituzionale, immediata.
È piuttosto una malvagità accidentale, secondaria; promossa bensì dalla tracotanza, e dall’orgoglio; ma nata, più che da altro, da un senso di disagio e di disgusto, dallo spettacolo di quelle tante prepotenze, di quelle tante gare, di quei tanti tiranni, che gli aveva acceso dentro un sentimento misto di sdegno e d’invidia.
Ora quello sdegno, che in altra condizione avrebbe potuto divenir principio di tutt’altro volere e di tutt’altra vita, lo spinge a ravvedersi circa il tipo di vita condotto fin’ora.
Egli fece il male; ma non si vede propriamente in lui quella coscienza istintiva e continuata e coerente del male propria dei veri e grandi scellerati. La forza sua era stata ed era ministra di voleri iniqui, come d’altronde il rapimento di Lucia; ma non era stata sempre tale.
Accadeva qualche volta che un debole oppresso, vessato da un prepotente, si rivolgeva a lui; e lui, prendendo le parti del debole, facendogli ottenere le scuse per il torto subito. E in quei casi, quel nome tanto temuto era stato benedetto un momento: perché, quel rimedio, non quella giustizia, non si sarebbe potuto, in quel periodo, aspettarlo da nessun’altra autorità, né privata, né pubblica.
L’Innominato diventò tiranno probabilmente per gusto proprio; ma più per non essere tiranneggiato da altri: e seguì a lui ciò che di solito segue a chi si pone sul ciglio del mal fare, dove un passo ne tira un altro, e bisogna andar sino in fondo. Il male è un terribile consequenziario, e le colpe hanno come una tendenza a inanellarsi l’una nell’altra e formare una strana catena, che più s’allunga e più si fa tenace. La sterminata catena delle colpe dell’Innominato può essere scorta con lo sguardo tutta intera, anello per anello, “indietro indietro d’anno in anno, d’impegno in impegno, di sangue in sangue, di scelleratezza in scelleratezza”. Nel giorno in cui Lucia arriva al castello questo ravvedimento si compie.

Print Friendly

Comments are closed.

Login